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Viva l'Italia e De Sfroos

15 Gennaio 2011 alle 15:00

Dunque devo arguire che in pura e piena autonomia, per un principio di casualità limpido e pulito, con coincidenza paradossalmente romantica il menestrello del Lario, per il suo esordio nazional-popolare sul palco fiorito del Festival di SanRemo abbia scelto quale canzone con la quale celebrare il 150 anniversario dell'unità politica della penisola, proprio quella, "Viva l'Italia". Ul laghee, il musicante in lingua lombarda di origine munsciasca, come me, che ormai da anni rinverdisce e rinnova la tradizione de la lengua e de la canxun lumbarda (classificata da l'Unesco a rischio estinzione), dal pubblico trasversale ma non troppo, dalle simpatie trasversali ma non troppo, si ritrova sul palco del carrozzone più italo-popolare che ci sia con uno dei brani più italianisti che cia sia. Il Bernasconi leghista non si è mai professato, come d'altronde non lo professa alcuno di quelli che sono considerati "intellettuali"; andazzo totalmente opposto rispetto il medio artista nostrano che "con simpatia a sinistra" si dichiara ora et semper, anche se affatto non lo è. Ho in mente soltanto l'altro brianzolo Eugenio Corti, autore da oltre centomila copie con il solo "Cavallo Rosso", esiliato dall'intellighenzia dagli anni '60 e mai più riabilitato, costretto curiosamente a pubblicare con la Ares edizioni, quando un esordiente qualunque, senza arte ne parte, sale a cavallo dei colossi con facilità disarmante. Lui l'ha detto bellamente e spudormante da che parte sta. E senza peli sulla lingua da oltre mezzo secolo grida l'orrore comunista, sdoganato in patria al prezzo di due. Quindi "Viva l'Italia" e il festival di Sanremo, viva De Sfroos e la libertà. C'è un prezzo da pagare per qualsiasi cosa? Per salire sul palco dell'Ariston il prezzo e cantare De Gregori. Mica male.

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