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Il retaggio di Ponzio Pilato

14 Gennaio 2011 alle 13:00

Non saremmo la Patria del Diritto se non ci distinguessimo per i sofismi ricamati che impreziosiscono la nostra giurisdizione oltre ogni ricercatezza. Pilato, il procuratore romano della Giudea, quello che si lavò le mani del sangue di Gesù, fu il precursore di quello stile che decise di non decidere, in omaggio al principio di non interferenza in fatti che potessero turbare la tranquillità del “potere”. Anche quando l’acronimo INRI (Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum), apposto sulla croce, urtò la suscettibilità dei sacerdoti, non demorse e ai contestatori rispose: “Quod scripsi scripsi”. Per dire che l’uomo non era incline a mezze misure quando doveva decidere per decidere. Con Gesù, da Erode a Pilato e da Pilato ad Erode, il reprobo odiato dal sinedrio, subì gli arzigogoli del “diritto” per finire in croce, liberando Barabba. Una miserabile risoluzione assunta a furor di popolo per non far torto a “Cesare”. Sono oltre duemila anni che la storia ci tramanda l’orribile “lavata di mani”: non è cambiato nulla. I poteri hanno la capacità di fingere avversioni profonde gli uni per gli altri, si mordono per sceneggiare il peggio, ma in realtà confabulano accademicamente essendo già d’accordo sulle cose da non farsi. O ritorna “L’IMMUNITÁ” costituzionalizzata (quella della Costituzione del 47), o la prevaricazione fra i poteri dello Stato ridurrà questo Stato una larva di democrazia. Cerchiamo di non dimenticare che “Summum ius, summa iniuria” (Cicerone – De Officiis – ).

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