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I Sindacati non sono sotto assedio: si sono asserragliati

12 Gennaio 2011 alle 08:30

Può non essere garbato dire le cose come stanno, forse neppure razionalmente opportuno. Occorre capire che, quando la posta è alta, quando sono in gioco ideologie e modi di concepire il mondo che per oltre un secolo hanno contrapposto capitale e lavoro rifiutando, pregiudizialmente e politicamente, di accettarne la complementarità, è difficile pensare che tutto sia stato inutile, e che è arduo rivedere posizioni, così radicate da essere percepite come l’unico modo di sentirsi vivi. Serve comprensione per i tormenti altrui. Certo che serve, basta che non siano tormenti autoreferenziali e giustificatori per abbarbicasi a realtà virtuali. Il nocciolo del problema, ancora attuale nelle passioni della Fiom, è quello che scrisse l’Unità il giorno dopo la fine del congresso (1959) della Spd a Bad Godesberg:” Il grido di guerra tra capitale e lavoro s’è spento”. Inutile girarci intorno: da noi, a parte frasi di circostanza, il pensiero sostanziale di tanti militanti di sinistra non è cambiato. E, una parte del sindacato, trae ancora motivo d’esistenza da quel “grido di guerra”. Airaudo, ieri sera da Vespa, Landini, Cremaschi e sodali, non fanno mistero del modello prediletto: le ragioni dell’impresa privata, che in cuor loro se potessero, sostituirebbero con l’impresa di Stato, dovrebbero sganciarsi dal mercato. O meglio da quello che comporta, in termini d’organizzazione del lavoro, di produttività e di competizione il farne parte. Mentre le sinistre europee hanno preso atto che il mercato esiste e che non si può, risolvere i problemi che crea, semplicemente negandolo, ma equilibrandolo in senso sociale, da noi, s’insiste sulla sacralità astratta del lavoro operaio, considerandolo l’unico termine dell’equazione. Quando poi si pretende che un partito, il Pd, si schieri, beh, allora si riesuma "la cinghia di trasmissione" e i suoi meccanismi di mutuo soccorso. Oddio, sono tanti e variopinti i nostalgici del passato. Vedi Casini.

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