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Nomen omen

7 Gennaio 2011 alle 19:00

Quando si scrive, si parla, si commenta, si esprimono giudizi, si fanno valutazione e previsioni su argomenti d’interesse non solo generale ma anche settoriale, s’inizia o si conclude con la salvifica affermazione che “ma il mondo è cambiato, bisogna prenderne atto e, adeguarsi”. Sono cambiate le sensibilità, i giudizi sui valori, sono cambiati i modi d’affrontare i temi eticamente sensibili, i costumi, la prospettiva dei punti di riferimento, il sistema di percezione degli equilibri. Siamo, arrivati, in nome della laicità, della scienza e, dei diritti ad hoc privilegiati, a vivere l’aborto e l’eutanasia col metro della filosofia meccanicistica, a banalizzare la vita riducendola a ruolo d’ancella, per di più fastidiosa, rispetto al pragmatismo del comodo vivere, alla liceità degli egoismi individuali e riducendo i doveri a seccanti incombenze. Abbiamo inflazionato il concetto di libertà al punto da ritenerla l’unico perno di ogni comportamento umano, relegando nel profondo della coscienza quello della responsabilità. Il concetto di gerarchia e autorità è contestato in luce, come contrario alla nuova interpretazione dell’uomo libero. Chiamatela come volete: società secolarizzata, società edonistica, questo è, piaccia o no, la prova che il mondo è cambiato. Culturalmente e in concreto. Il cambiamento, è ovvio, investe tutti gli aspetti della società, anche quello delle relazioni industriali. Rimane un po’ ostico comprendere perché la Fiom non se ne renda, o non voglia rendersene conto. Forse perché l’acronimo, così per caso, sta per: Fedeli Incrollabili Ostinati Marxisti. Che sia questa la spiegazione?

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