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Anno nuovo, riflessioni vecchie

3 Gennaio 2011 alle 16:30

Non possiamo smettere di pensare che possa esserci una qualche soluzione alle storture del mondo. Ogni nuova generazione lo ha fatto, ogni generazione ha sognato, preteso, di essere quella giusta, quella che avrebbe portato la luce e ... Le successive, è sempre accaduto, hanno trovato però, una realtà che percepivano e ritenevano ingiusta e distorta, che non era piovuta dal cielo, ma il risultato di ciò che ritenevano giusto e buono le generazioni precedenti. Il ciclo ricomincia. Accade e, non può essere altrimenti, perché il "giusto" e il "buono" anche se idealmente e teoricamente definibili, nel momento che si misurano con la realtà e gli interessi quotidiani divengono categorie "dal multiforme spetto", variamente intese e, anche questo, è sempre successo. Quando parliamo delle "colpe" della società, tanto per scaricarci la coscienza, siamo ipocriti. L'uomo è la misura di tutte le cose. Tralasciando le distinzioni tra relativismo assoluto e conoscenza, tra interpretazioni lessicali e semantiche, la frase, intende che l'uomo è il faber, singolo o collettivo, di ogni sistema socio-politico e, il "come" questi vengono realizzati, ne danno la sua "misura". Questo però, richiederebbe l'accettazione del concetto di responsabilità, del singolo o di una parte dei tutti. Categoria ingombrante e fastidiosa, la responsabilità, da cui tenersi lontani. Se c'è, sarà sempre da lasciarla a qualcun'altro. L'uomo sembra soggetto alla legge dello scalatore: quando ha raggiunto una vetta, o si ferma e si fa statua in autocontemplazione, oppure per andare oltre, deve ridiscendere. Quanta fatica! Alla prossima vetta il problema si ripresenterebbe. Da qui la tentazione di farsi statua, tentando, magari, di cambiare l'aspetto esterno, aggiungendo orpelli vari. Sarà che se siamo ancora a disquisire su comunismo, fascismo, liberismo, socialismo, individuo o collettività, pubblico o privato, sia dovuto al fatto che si vuole evitare la fatica del discendere e del risalire?

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