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Briciole di filosofia del diritto

27 Dicembre 2010 alle 17:00

Berlusconi, nella sua conferenza di fine anno, è ritornato sulla questione della magistratura promettendo di difendersi nel foro, nelle piazze e negli studi televisivi per fare responsabile direttamente il popolo -nel cui nome vengono emessi i giudizi- della persecuzione che -a suo dire- sopporta da quando ha deciso di entrare in politica. La vertenza nasce sulla confusione concettuale dei magistrati tra giudizio e sentenza; il primo è una soluzione di controversie sulla base del dettato di legge e ha l'oggettività della ragione. I giudizi sono appellabili proprio perché emendabili secondo l'ordine razionale, che nella fattispecie è quella della legge. La neutralità del magistrato è la oggettività dei fatti, ma i magistrati aspirano a tradurre i giudizi in sentenze. La sentenza riguarda la deliberazione di un arbitro, cioè di una volontà, che per definizione è libera e non trova riscontro oggettivo se non nella autoreferenzialità di un giudice ( libitum et iussum convertuntur). Nessuno fa appello alla decisione di un arbitro di calcio, proprio perché essa si consuma nella persona stessa la cui volontà ha valore di legge, cosa che non è prevista per i giudizi dei tribunali. Perciò nelle aule è scritto che la legge è uguale per tutti, mentre allo stadio si presume solo che la volontà dell'arbitro sia equanime; in mancanza di tale equanimità il pubblico è autorizzato a chiamarlo "cornuto", cosa illecita per un magistrato, per il fatto che la legge è legge e basta, se i magistrati suscitano polemica tra gli italiani. questo avviene per il fatto che da giudici sono diventati arbitri, e quindi esposti agli insulti sugli spalti per le decisioni prese in campo. I giudizi sono oggettivamente controllabili, le volontà sono nascoste e nell'intimo vede solo Dio.

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