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La rivoluzione di Marchionne e Confindustria

21 Dicembre 2010 alle 12:00

Nel ribadire la linearità dell’approccio di Marchionne al sistema delle relazioni industriali nazionale, già anticipato in un precedente intervento, non deve sorprendere la reazione della Confindustria. Non a caso l’Ad è un uomo proveniente da un mondo produttivo esterno che alla complessità ed al bizantinismo di quello italiano ha opposto la realtà universale delle regole di mercato rispetto al consociativismo esasperato dei nostri soggetti istituzionali oramai nocivo per gli stessi interessi dei lavoratori. Basterebbe porre l’attenzione sul ruolo che Confindustria ricopre in tale processo di inadeguata dinamicità culturale, sostanzialmente ancorata al prodotto ex fabbrica con una scarsissima propensione all’evoluzione delle nascenti attività dei servizi che sono tuttora giudicati con sospetto dagli industriali manifatturieri. Esse, in tale logica, sono considerate oneri impropri ergo costi aggiuntivi sul prodotto. Nella confederazione continuano a confluire nuove realtà produttive: aziende di telecomunicazione, di trasporto aereo, marittimo, ferroviario, di comunicazione, di energia, del turismo etc.. eppure nei vertici della Confindustria tale mondo è scarsamente rappresentato. Si è mai levata la voce di viale dell’astronomia in vicende che riguardassero aziende di servizi, anche di rilevanza nazionale? Nel caso della vecchia Alitalia, che ha appassionato per anni l’opinione pubblica e coinvolto i vertici istituzionali, sindacali e politici, l’organizzazione degli industriali ha brillato per il totale disinteresse, pur costituendo il trasporto aereo un asset irrinunciabile per la vocazione turistica ed industriale per il paese. Pensare male etc... Per la Confindustria è quindi giunto il momento di rivendicare la propria autonomia da forme di politica industriale concertativa e di mediazione istituzionale che hanno spesso determinato la compromissione degli interessi dei propri associati ma soprattutto dei lavoratori. Lasciare poi in mano ai politici e men che meno ai vari giuslavoristi la eventuale innovazione dei rapporti di lavoro e delle relazioni industriali è un errore. I troppi vincoli legati ai contratti collettivi nazionali sono stati stipulati sotto l’influenza di esperti disciplinatamente schierati in regime di pesanti condizionamenti politici. Il negoziato appartiene esclusivamente alle parti in causa. E per favore non si continui a parlare di rivoluzione quando si tratta semplicemente di ricollocare direttamente al centro del tavolo gli interessi delle aziende e dei lavoratori nonchè il buonsenso.

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