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La vita è mia si o no

10 Dicembre 2010 alle 17:00

Negli anni ’60 le femministe, rivendicando il diritto di abortire, e dicendo che il feto non era “un bambino”, gridavano: >. Questo possesso del corpo, così auto centrato e soffocante, ha aperto la strada alla proprietà non solo del "corpo" ma sulla “vita intera”. Un salto in avanti che sembra proprio la diretta conseguenza dei ragionamenti così fatti: il corpo è mio, la gravidanza è mia, l'aborto è mio, la vita è mia. Balza subito all'occhio allora che tutto "è mio". Già questo è sufficiente per far barcollare questo teorema, sia umanamente che giuridicamente. Ma per usare motivazioni più nobili, si potrebbe ragionare sulle obiezioni di chi si è trovato a “scegliere” fra la propria vita e l’altrui. Si sostiene, infatti, che molte persone hanno considerato la loro vita come una “proprietà” di cui disporre liberamente. Conosciamo la vicenda dell’eroico carabiniere Salvo D’Acquisto che per salvare 23 persone ha dato la sua vita, del polacco sacerdote francescano Massimiliano Kolbe che ha preso il posto di un padre di famiglia condannato a morte nel lager nazista, dei vigili del fuoco di New York che sono saliti fra le fiamme delle Torri Gemelle per salvare il maggior numero di persone, di Gianna Beretta Molla che ha rifiutato le cure per salvare la bimba nel grembo. E chissà quante altre persone si potrebbero nominare. In tutti questi casi però il concetto “la vita è mia” è stato usato solo per amore di altre vite. Cioè la “propria vita” è stata donata per un valore uguale o maggiore. Per salvare “una o altre vite”.

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