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Il mio cavallo per un cavillo

4 Dicembre 2010 alle 09:00

Lo scopo basilare della retorica antica, da Aristotele a Quintilano, era quello di persuadere, convincere e commuovere. Essa veniva quindi utilizzata principalmente per sollecitare le passioni e l’emotività di coloro che ascoltavano i discorsi sapientemente formulati dagli oratori, e per favorire l’immedesimazione. Alcuni filosofi antichi misero in rilievo il carattere addirittura magico dell’eloquenza, dotata del potere speciale di intervenire sulla realtà e di modificare l’atteggiamento degli uomini attraverso uno strumento privilegiato: il linguaggio. Agli inizi del ‘900 si scontrano due tesi contrapposte: secondo Prezzolini ogni teoria sulla comunicazione non può che essere fondata sulla menzogna, mentre Michelstaedter opponeva "il diritto di ognuno di non farsi convincere e di non convincere", ovvero l'impossibilità di fondare una teoria della comunicazione sulla verità. Le società in decadenza, come appare quella contemporanea, vedono fiorire spontaneamente la scienza del cavillo: quel che conta non è dimostrare una verità ma persuadere. Perciò ogni espediente è buono, purché s’inscriva nella mentalità del soggetto che si sta cercando di convincere.

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