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Un minimo di serietà sull'università

30 Novembre 2010 alle 20:00

La riforma dell'Università si è trasformata in una lotta ideologica in cui i temi e la realtà dell'Università sono ormai quasi del tutto marginali. L'opposizione sale sui tetti a cantare "Bella ciao", come scrive oggi Giorgio Israel, e talora agita anche il solito, sdrucito fantasma del contrasto tra istruzione "pubblica" e "privata", sollevando con ciò una questione del tutto fuori luogo. Il governo invece sostiene che la legge "è contro i baroni", e non si capisce davvero in che senso. Anzi, la posizione dei professori ordinari risulta rafforzata. Infine, l'illustre Giavazzi scrive sul Corriere di oggi che la riforma "abolisce i concorsi", il che è semplicemente falso, perché il decreto legge si limita a trasformarne le modalità. Ricevere un'idoneità in una lista unica nazionale non è sostanzialmente diverso dal riceverla in procedure comparative differenti: sempre si valuteranno titoli e pubblicazioni attraverso una procedura formale e burocratica, sempre i professori ordinari saranno chiamati ad attribuire o no l'idoneità, e sempre un Ateneo dovrà successivamente "chiamare" gli idonei, attraverso un'ulteriore procedura di tipo concorsuale. Dov'è la grande innovazione del reclutamento? La carriera risulta appiattita (con due sole fasce di ruolo), la professione rimane sottopagata e l'Università e la ricerca sottofinanziate - e tutto ciò non dipende dal decreto legge, ma da una politica che va avanti da molto tempo ed è completamente bipartisan. I professori universitari, pur senza negare le loro reali colpe, vengono criminalizzati, con il furore mediatico ormai consueto, periodicamente indirizzato a una qualunque categoria che finisca nel mirino. Non si fa molto, però, per modificare i loro comportamenti e atteggiamenti culturali veramente problematici. E naturalmente - data tutta questa situazione - gli individui intellettualmente dotati saranno sempre meno incentivati a intraprendere la professione accademica.

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