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L'egemonia del linguaggio televisivo di sinistra in Italia (II parte)

30 Novembre 2010 alle 19:30

(segue) Di questa “rottura” (per usare un termine di allora), di questa discontinuità antropologica l’intellettualità europea (soprattutto accademica) divenne relativisticamente e nichilisticamente succube corresponsabile e portavoce, facendosi strumento dai pulpiti dei centri di formazione e diffusione delle idee (media e scuola) di disellenizzazione di diseuropeizzazione di ontioccodentalizzazione della società in quella grande battaglia valoriale che portò l’Europa ad una vera e propria apostasia culturale da tutti i valori fondativi dell’Occidente (etici, civili, religiosi), giudicati come portato di classe, come espressione della società borghese da abbattere non più, solo, politicamente. Da quel momento in sostanza si affermò maggioritariamente il successo della visione di “sinistra” del mondo, della realtà, della storia, e anche della vita. Fatta questa debita premessa, non c’è una tv di destra perché in Italia la destra politica è illiberale e non ha prodotto “cultura” se non in termini marginali nel filone più ampio della cultura genericamente occidentale. Una tv cattolica in quanto tale non avrebbe alcun senso se non come organo curiale, in quanto di cristianesimo è intrisa, ed è tutt’uno con esso, la cultura d’occidente. Lo stesso dicasi per il miglior liberismo. Il vero problema, e la vera domanda, è: fino a quando l’intellettualità d’Occidente (cristiana e liberale) continuerà a fare battaglie di retroguardia in terra d’Europa? Quando si riellenizzerà, per riguadagnare il primato delle idee sulle ribalte che contano e, anche, in tv?

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