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Radical chic

17 Novembre 2010 alle 18:30

Bello trovare oggi sul Foglio l’articolo di Fayenz con un ricordo di Bernstein. Era uno straordinario comunicatore, sia sul podio che fuori, spesso sopra le righe e a volte molto poco rigoroso nel rispettare le indicazioni dello spartito, ma capace come pochi di trasmetterti l'anima più profonda della musica. Le prime versioni che ho comprato delle sinfonie dei principali compositori erano dirette da lui; il suo ciclo di sinfonie di Beethoven trasmesso in Rai mi appassionò molto; l’emozione che mi diede vedere un suo concerto dal vivo rimane una tra le più intense della mia vita. Solo più tardi lessi il libro di Tom Wolfe e scoprii che lo scrittore si era ispirato principalmente proprio a Bernstein e ai suoi party e salotti per coniare il termine “radical chic”. Ci restai piuttosto male, perché a me i “radical chic” mi stavano già molto molto sulle scatole, non piacendomi di loro tutto ciò che Wolfe aveva messo a fuoco con lucida ironia. Però mi sono poi sempre detto che “Lenny” era certamente un radical chic molto vanesio ma senza i difetti per me più insopportabili di quel mondo: falsa coscienza, disonestà intellettuale, finti rispetto e interesse per gli umili e semplici, in realtà profondamente disprezzati. Mi piace pensare che Bernstein, peccasse piuttosto di una forma di “candore” e di eccessivi passione e slancio ideale. Probabilmente è un’idea poco obiettiva, per l’amore e la gratitudine verso il Bernstein musicista. Comunque, avercene ancora di radical chic così, rispetto a quelli mediocri, banali, vacui e noiosissimi che dobbiamo sorbirci ora.

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