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Il messaggio che viene da Novara

16 Novembre 2010 alle 17:00

Lo confesso, ho sempre avuto molti dubbi sull'eutanasia: mai un punto di vista fermo, mai una illuminazione. Barcollo costantemente incerto tra la "il valore della sacralità della vita-del destino e la pseudo-sensibilità che, per i risvolti inquietanti dell’amore, pone fine al dolore o all’incoscienza con la morte". Il caso di Novara - dove un affettuoso figlio di 68 anni che ha curato per tutta la vita la propria madre Natalina, mette fine a quella esistenza (per non vederla più soffrire, straziata come era da dolori lancinanti, dalla immobilità e dal peso dei suoi 92 anni) strozzandola – questo caso, dicevo, più che un punto di svolta è un barlume di luce. Intanto prendo atto che la coscienza, nelle persone civili, fortunatamente non si riesce a strangolare. E poi che il senso di colpa di quel figlio – pur lui immaginando che quel gesto era forse la miglior cosa da fare, l’ultimo atto di amore – ha fatto sentire la sua voce. Ecco perchè quel figlio ha confessato il delitto. Per scaricarsi e per dire quanto fosse grande l’amore per sua madre. Ora si apre un iter giudiziario anch’esso penoso, e non so come andrà a finire. Ma se invece fosse lo Stato, un giudice a compiere quel delitto? Se è una organizzazione sanitaria che decreta il confine tra la vita e la morte e quando superarlo? Come e dove emergerà la coscienza? Chi potrà-dovrà confessare per scaricare il senso di colpa collettivo? Quale sarà la pena per aver compiuto quell’atto di amore? A chi comminarla? E poi uno Stato può avere degli assetti psicologici interni simil-umani tali da valutare (momento per momento) quale sia la soluzione migliore? O in questi casi può prevalere nella presa della decisione lo schierarsi a favore o contro l'eutanasia? Lo confesso, alla fine, mannaggia a me, sto ancora barcollando.

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