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Pace si dia pace per il Saviano televisivo

8 Novembre 2010 alle 19:00

La lettera di Lanfranco Pace a Roberto Saviano è un appello quasi disperato alla sobrietà e alla sincerità. Chiedere all'autore di "Gomorra" di andare in televisione con lo spirito verace di chi rifiuta il moralismo televisivo e si pone fuori dal coro (e cioè, di rimanere lontano dalle dinamiche banali e talvolta coatte della comunicazione televisiva) è perlomeno buffo. Lo è per due ragioni almeno. La prima riguarda la semplice presenza nel programma: scegliendo di esserci, Saviano si inserisce a pieno titolo nel coro delle voci avanspettacolistiche. La seconda riguarda l'alone mediatico di santità che lo circonda: Saviano è un certo tipo di moralismo mediatico (condivisibile, per carità), e quindi, dal momento che andrà in onda, anche televisivo. Per questo, chiedere all'autore napoletano di non appiattirsi, di non lasciarsi risucchiare, è bello ma non serve a niente. Almeno quanto è bello e inutile pensare che possa esistere ancora un grido di dolore che non passi per il piccolo schermo. E Saviano lo sa bene.

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