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Sofri e l'autogol

3 Novembre 2010 alle 14:30

Ho sempre ritenuto Adriano Sofri persona intelligente, dopo aver letto "Caro Giuliano" mi viene da pensare che, forse mi sbagliavo. Ha introdotto il concetto del "disinteresse a tempo", facendolo scadere da buon sentimento a mediocre manifestazione di piagnucolosa solidarietà. Ha creduto di uscire, ricorrendo a funambolismi di penna e di pensiero, dal solito, tedioso, usurato, inefficace antiberlusconismo, cercando di camuffarlo con orpelli culturali che ne nobilitassero la vera natura. O forse no? Quando scrive: "Anzi io non ho mai avuto l’impressione che lui abbia vinto davvero niente, nemmeno nei momenti più circensi del suo successo: mi sembrava ogni volta che fosse di nuovo, per un concorso grottesco di circostanze, riuscito a non perdere. Questo paradosso che fa di B. un uomo (politico) ridicolo è implicito fin dall’inizio nella carriera di uno che scende in politica per “salvare la roba”: per non perderla – per non perdersi", cosa pensa che arrivi a chi legge? Mi spunta un sorriso e noto che chiama in causa un imprecisato "concorso grottesco di circostanze" per nascondere, forse senza esserne cosciente, l'impossibilità culturale della sinistra di pensare oltre i propri obsoleti orizzonti e di proporre un'alternativa politica convincente. La parabola del "non saper perdere" è la migliore descrizione possibile del "sinistro fato". Bravo Sofri! Come sempre accade, quando si vuole descrivere i vizi degli altri, la penna è guidata dai nostri. Se ricorrere, quando la sessualità s'affievolisce, a congegni chimico/idraulici ridicolizza l'uomo, figuriamoci come riduce un Partito. Che da noi, per arrivare ad effimeri governi, ha dovuto implorare il soccorso dei "cattolici adulti". Per cercare di "salvare la roba".

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