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Divagazioni inutili.

15 Ottobre 2010 alle 14:40

Langone chiude: "Se gliene importasse qualcosa, dell’Italia". E' vero. L'Italia: "Una d'arme, di lingua, d'altar", come se la immaginava Manzoni, non è mai esistita. Per cui è naturale che non interessi nulla. Riflettendoci asetticamente si conclude che, visto come siamo arrivati al concetto di Italia nazione, non c'era molto da aspettarsi. Basta, senza risalire alle invasioni barbariche, considerare il modo anomalo in cui la neonata entità geografica, abbia proceduto alla integrazione delle masse nel suo alveo. Piaccia o no, il primo tentativo reale, con obiettivi delineati fu la politica dell'Italia proletaria e fascista. Piaccia o no, alla fine del 1938, la stragrande maggioranza dei cittadini si sentiva "italiano". A tutti i livelli, anche quello culturale. I dissidenti, i clandestini, gli antifascisti, fino alla dichiarazione di guerra, avevano un peso minore di quanto possa avere oggi la dissidenza iraniana. Il motivo è semplice e paradossale nello stesso tempo. Serve un esempio: immaginatevi di realizzare un film in cui le mille comparse di scena pretendessero di recitare il ruolo di primo attore. Impossibile in assenza di un regista che comanda e in presenza di tanti aiuti registi, aspiranti registi. Questo è il semplice. Il paradossale nasce dalla nostra abitudine, sembra genetica, di non essere capaci di valutare l'importanza di quei comportamenti comuni e del bene generale che vadano oltre il nostro "io" o le nostre corporazioni. Ne consegue che, come popolo, abbiamo bisogno, desideriamo, quasi inconsciamente, di avere "un capo". Per Gioberti andava bene il Papa, per gli internazionalisti, Lenin, per i fascisti Mussolini, per i berluscones Silvio. Certo, con quest'andazzo non si farà mai l'Italia. Siamo rimasti nella fase embrionale in cui non è ancora manifesto se siamo XX o XY.

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