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I diritti inconfutabili dei lavoratori del Corriere

1 Ottobre 2010 alle 20:30

Egregio dottor de Bortoli, sarebbe insensato non condividere le ragioni della sua accorata lettera, veramente da irresponsabili. Purtroppo viviamo un'epoca infantile e ciò che nessun adulto si arrischierebbe a fare, vien fatto con gran sicumera da sindacati e sindacalisti che, sulla carta, tutelano i diritti dei lavoratori giornalisti. Parola magica quella di lavoratore, parola di fronte alla quale bisogna scoppollarsi se non inginocchiarsi. LA VO RA TO RE! Che significa? Un modo come zappare la terra per portare il pane a casa? Là c'è il sudore, c'è la fatica, ci sono i calli alle mani, non credo che sia la stessa cosa per il lavoratore giornalista. Ma poi, questo "sediamoci intorno a un tavolo e discutiamo" (migliaia di sedute e menomale che è proibito fumare): se si sedessero per terra? Non sarebbe meglio?, e senza cuscini, con le cluni a diretto contato del pavimento, possibilmente freddo. Durerebbero pochi minuti le discussioni logorroiche sulle virgole che vanno qua e non là. Mi scusi dottor de Bortoli, non è linguaggio di un direttore obbligato a barcamenarsi. Ma se non si parla così, il Corriere finirà sul sagrato del Duomo, a piangere misericordia. Naturalmente il discorso è estensibile soprattutto ad Epifani, tetragono difensore dei “di rit ti” dei lavoratori: quali? Fare la rivoluzione? E dopo? Un'altra rivoluzione? Per difendere i diritti occorre la forza: appunto la rivoluzione. Ma i diritti non mutano la loro impossibilità con la rivoluzione.

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