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Logomachia bocchiniana

24 Settembre 2010 alle 18:10

Le barbe finte si son sbizzarrite, da Saint Lucia confezionano dossier falsi per screditare quel “vir bonus” di Gianfranco colpito dall’ira funesta del prode Silvio. I Bocchino, i Granata, i Della vedova & C. hanno fatto scudo e l’onta confezionata ad arte (uno tsunami dell’etica) dagli spioni s’è infranta sui villosi petti dei sodali finiani che, l’altro ieri, erano alfieri virtuosi del duce d’Arcore. Com’è volubile la natura umana, la passione è l’unico valore che la conduce, e foss’anche nel fuoco, ci s’immola orgogliosamente schiavi dell’ultimo delirio. In queste condizioni mai avremo una politica ideale generosamente spesa per la collettività. E se qualcuno rompe la regola, ecco che la storia se ne impadronisce per renderlo degno d’imperitura fama. Così forse per Platone, Cicerone, Machiavelli, Voltaire, Montesquieu, Hegel, eccetera (i contemporanei è meglio non citarli). Parliamo evidentemente di 2500 anni di storia nei quali le vicende dell’umanità si son piagate al ferro rovente di molte tirannie. Oggi le cose non son cambiate di molto, sempre l’uomo è l’interprete principale della tragedia umana, le inimicizie e gli odi, gli amori e la fedeltà, i tradimenti e il delitto sono il canovaccio che rendono la storia un romanzo. Ma dipende sempre dalla penna di chi scrive a saper dare alle cose il giusto tono per far sembrare il romanzo diverso dagli altri: è sempre lo stesso. Anche il dolore è sempre lo stesso. Ci s’immaginerebbe che dopo millenni il dolore fosse meno sensibile, meno dolente, meno sofferto, meno ansioso di vendetta, invece no, l’odio prevale e sta lì, moloch insaziabile che divora uomini e cose con un’ingordigia bulimica sempre affamata. Si disquisisce con aria studiata; si finge di non accorgerci che la parola “politica” è una metafora dietro la quale si cela la nostra mortificata incapacità di volare.

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