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Bengodi e il fumo

24 Settembre 2010 alle 19:50

Caro Langone, la pipa no. Ho sempre considerato il fumatore di pipa alla stregua dell’astemio per lei. La sua calma, apparente, mi ricorda chi per decenni tranquillo all’improvviso taglia a pezzi la suocera e poi si ammazza. Il sigaro mi lascia indifferente, poi nel mio immaginario è roba da sud america, da cripto Castristi. Il tabacco da fiuto, che nessuno usa più, e che nei borghi della città vecchia vedevo usare dai nonni, mi aveva attratto. Lo provai, ma lo starnuto immancabile mi ha fatto desistere. Un uomo in tabarro che estrae da una scatoletta di rame o argento del tabacco scuro, resta il vertice dell’estetica da fumo. La sigaretta, la maledetta, mi piace. Trasversale, un poco americana. Piace al divo come all’ultras. Democratica, come la morte e il vizio, nella sua infame pericolosità. Per Dandy che l’estraggono da preziosi portasigarette d’oro e per lenoni che la battono capovolta sul tavolo prima di accenderla. E’ per temperamenti nervosi, non per i veri calmi che, secondo me, non fumano. Ideale per le puttane lungo le tangenziali fra un cliente e l’altro; l’unico piacere della serata. Soddisfa le tendenze autodistruttive che anche le persone perbene hanno, perché un poco nichilista la è. Mi procura un piacere sottile ma profondo quando mi accingo a fumare e noto l’imbarazzo del non fumatore salutista che ti guarda come se fossi un brontosauro. Le da fastidio se fumo? No faccia pure, Che godimento! Un amore odio consumato nell’intimo, fra te e la paglia. Italo Svevo aveva capito tutto.

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