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Sulla tolleranza

15 Settembre 2010 alle 17:30

Talcott Parsons, che ammiro, riteneva le società alla ricerca dell’equilibrio. I conflitti, che sorgono al suo interno tendono a risolversi per il bene comune equilibrando richieste e concessioni. Quando ciò non accade per l’incapacità di governi o altre forze si arriva al conflitto, ad esempio una rivoluzione. Il benessere abbassa il punto critico, ma non lo elimina del tutto. Parsons mi ricorda molto Menenio Agrippa, che risolse il conflitto fra patrizi e plebei nella Roma repubblicana con l’apologo sulla reciprocità fra stomaco e membra. Fra stati le cose funzionano allo stesso modo e una condizione per la stabilità risiede nella forza che ogni stato esprime. Mi sorprende sempre l’astrazione fra reciprocità, tolleranza e l’impossibilità dell’altro ad accedervi, che porta in modo monocorde alla rassegnazione spacciata per idea. Quando in realtà è una forma di nichilismo ammantato da belle parole, che è sostanza perniciosa per eccellenza. In termini banali il cerino è ridato costantemente in mano a chi invoca la tolleranza per il nemico o l’avversario. Nel nostro caso, governi e pacifisti, non sapendo che pesci pigliare continuano imperterriti a proporlo a chi non solo non è interessato ma vede in questo una debolezza e un motivo di superiorità. Sono sempre più convinto che l’unico paese occidentale è il piccolo e formidabile Israele. Attorniato da nemici urlanti e spietati, inviso a molti Europei e semi abbandonato dagli Americani resta l’unico baluardo contro i barbari. Per necessità hanno risolto il problema fra azione e reazione e fra reciprocità e incapacità a riceverla. Qualunque cosa facciano gli Ebrei nel mondo sono e saranno oggetto di scherno e uccisione e al contempo non esitano a proporre di liberare centinaia di nemici per uno solo dei loro.

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