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La disputa sul cordone ombelicale.

14 Settembre 2010 alle 15:00

Sul "Corriere" del 9 è stata pubblicata (non con l'evidenza offerta agli interventi di personaggi di maggiore evidenza mediatica e magari di minore valore - generale e/o di contenuti specifici) una lettera del sottosegretario Eugenia Roccella, presentata con il titolo: "La disputa sul cordone ombelicale". Si richiama ad una paginata del 5, curata da Luigi Ripamonti, il quale, nel commentino, cerca di coprire la faziosità dei titoli col richiamare contenuti piuttosto nascosti nel testo. La Roccella mette in evidenza l'irrazionalità della conservazione autologa di quel sangue prezioso, idonea solo ad alimentare un grosso business. Per quello che avevo capito in precedenza, tale bene sarebbe distribuibile senza problemi (come non è per gli organi) e, quindi, se i quantitativi fossero rafforzati con un razionale sistema di raccolta e distribuzione, ce ne sarebbe a sufficienza per chiunque ne possa avere bisogno. Ma non è questo che mi spinge a scrivere, quanto la voglia di evidenziare che lo Stato dovrebbe razionalizzare il sistema e disporre che sempre (sempre) debba essere salvato tale materiale, da conservare in apposite "banche" pubbliche, per essere utilizzato con criteri obiettivi non manipolabili dai "signori" di una qualsiasi lobby. Il costo, naturalmente, dovrebbe essere a carico dello Stato, cioè di tutti i cittadini (buoni o cattivi, ricchi o poveri), senza escludere i contributi di ricconi mecenati che avrebbero speso grandi somme per la conservazione in "banche" private. Naturalmente l'evasione del sistema dovrebbe essere qualificata reato (grave reato) sempre da punire esemplarmente, almeno fin quando tale materiale sarà sostituito dal dio scienza con altro di facile reperimento.

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