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Vita, Morte e... Armonia/ 4

10 Settembre 2010 alle 09:00

Anch'io mi sento di ringraziare il sig. Cilento per la profonda umanità del suo intervento, forse proiettando me stesso nella figura di padre (chissà?) ha suscitato profonda commozione. Tuttavia, mi permetta di approfondire alcune tematiche. Nel Cristianesimo non ci sono giustificazioni metafisiche(o favolette). Nel Cristianesimo c'è la speranza, alimentata dalla fede, che il corpo vestito di corruttibilità si vesta di incorruttibilità. Il Cristianesimo non può prescindere da un fatto: la resurrezione del Cristo e di quelli che sono morti in Lui. Se Cristo non fosse morto e risorto vana sarebbe la fede di un cristiano ed egli sarebbe solo da compatire. E chi è morto in Cristo? Semplice: nel battesimo ogni uomo è associato alla morte e resurrezione del Cristo. Da qui la speranza e la speranza non delude (cito sempre San Paolo a memoria, quindi mi scuso se impreciso)! Ora nella società odierna due cose mancano più di tutte: la fede e la speranza (giacché il volontariato e la "solidarietà" ci fanno vivere una parvenza di carità). Perché se si nasce, si cresce, si vive e puoi si muore, cosa mai sperare? Il cielo si chiude e non c'è via, c'è l'oblio, il nulla. Il Cristiano invece è l'uomo della speranza (non un illuso, si badi, che cerca consolazioni chissà dove). Con la speranza, la morte è un passaggio alla vita vera (il dies natalis del sig. Menestrelli), quella del corpo è sorella per Francesco perché lo conduce alla visione di Dio, del suo sposo, che però prega perché lo scampi dalla seconda morte (cioè dalla dannazione), è l'ultima nemica ad essere annientata, poiché non ci sarà più lutto né dolore, ma Dio tutto in tutti. E’ avulsa dal cristianesimo, invece, "l'idea che sia qualcosa da ritardare il più possibile", questo è un concetto che appartiene al mondo (quindi pure a me, ahimé!). Aprirsi alla speranza è la vera armonia; è la speranza, virtù dell'uomo, che lo rende veramente tale e non come lupi che, affascinati dal suo splendore, ululano alla luna il proprio dolore.

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