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"I Penati sottratti ai nemici io porto sulla nave con me" (Eneide I, 378)

10 Settembre 2010 alle 12:30

A Cuba il tiranno comunista Castro si batte il petto e domanda perdono al confessionale mediatico per i suoi peccati, in Italia il camerata Fini abiura pubblicamente, da ormai un decennio, fascismo e neofascismo, eppure sappiamo che i cuori dei due risiedono ancora nell'inferno ideologico del '900. Le loro rispettive patrie celesti si sono rivelate allo scoccare del tempo contrade di Dite “coi gravi cittadin, col grande stuolo”, ma i loro Penati si sono fatti transfughi insieme a costoro verso un lido di rifondazione dei vecchi ruderi. I Penati sono gli dèi di un casato e di una città, Enea che fugge da Troia in fiamme si porta sulle spalle i Penati della città e questi diverranno i protettori di Roma alla sua fondazione eneadica. I relitti del comunismo e del fascismo tornano a solcare gli oceani dell’ideologia sotto forma di vascelli fantasmatici e i loro capitani scongiurano l’affondamento camuffando i propri numi esecrabili coi tratti ridicoli del politicamente corretto, che è ormai il segno di riconoscimento al quale l’angelo nero della morte civile passa oltre: il marchio della Bestia è il titolo per sedere a capo delle tavole del mondo. Il seggio è comodo, l’opportunità è facile, la conversione invece richiede sacramento di penitenza ed esorcizza gli spiriti antichi nostri carcerieri, quale meraviglia che fioriscano ipocriti come zizzania e invece i convertiti noti (la santità fugge la notorietà, se può) si contino sulle dita d’una mano? Ogni uomo cattivo, cioè per etimologia prigioniero, si sente in fondo al sicuro nella propria prigione.

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