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Stephen Hawking: la metafisica della pernacchia.

3 Settembre 2010 alle 14:30

Misurabile. Sperimentabile. Riproducibile. La moderna epistemologia ci ha abituati ad espungere dall’orizzonte della conoscibilità tutto il resto. Roba metafisica. Roba per preti e filosofi. Roba per eterni bambini che, invano, continuano a chiedersi, per esempio, chi o cosa abbia creato l’universo e “perché”, oltre che “come”. Tutto questo ora appartiene alla preistoria delle domande dell’uomo sul mondo. Al passato della storia della conoscenza. Al bigottismo pretenzioso di ogni filosofia della scienza. Leggo, infatti, che Stephen Hawking, il famoso astrofisico di Oxford, ha compiuto il grande salto dalla fisica alla metafisica con una assolutamente geniale intuizione: “La creazione spontanea è il motivo per cui c’è qualcosa e non il nulla, per cui l’universo esiste, per cui noi esistiamo”. A fronte di tanto assertivo ingegno, se non fosse troppo onore, Edoardo de Filippo avrebbe fatto eseguire al Don Peppino dell’ “Oro di Napoli” il più memorabile pernacchio della storia. Curandosi di spiegare, all’astrofisico di Oxford, la differenza con ‘a pernacchia: roba metafisica, di difficile spiegazione, ma chissà perché, di universale percezione.

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