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Sindacalismo e falsi martiri

1 Settembre 2010 alle 08:00

La prospettiva dalla quale viene generalmente inquadrata la vicenda giudiziaria dei tre dipendenti della Fiat di Melfi è parecchio generosa e rischia di fare perdere di vista la fondamentale questione della responsabilità personale. Dire che quella diatriba vada fatta risalire ad una più generale vertenza sindacale, della cui mancata soluzione sia responsabile la CGIL, equivale a trasformare i tre operai in altrettanti martiri. La creazione di falsi miti è stata, per anni, appannaggio di comunisti e sinistrorsi vari nostrani, sempre pronti a radunare le piazze attorno a fantocci di ogni genere, con l’obiettivo, ogni volta, di restringere, con la forza dei numeri, i margini di trattativa delle controparti politiche o, semplicemente, imprenditoriali via via incontrate. Da questo punto di vista, Berlusconi è il più longevo dei totem attorno a cui i grandi stregoni del progressismo riformista (ed ex comunista) da anni ballano. La pusillanimità e l’opportunismo di dirigenti politici (in particolare, diccì) e (grandi) imprenditori (o finti tali) è stata, per anni, la migliore alleata di questa perversa strategia. Le recenti dichiarazioni di Marchionne (bissate di lì a poco dalla coraggiosa Marcegaglia, con il suo richiamo alla dignità delle imprese) suonano come la carica del buon senso e della voglia di fare contro gli zombies dell’ideologia sindacale. Non caschiamo ancora nella stessa trappola (cosa che lo stesso Napolitano ha di recente fatto). Quei tre hanno messo in atto un comportamento personale di cui devono ora dare conto.

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