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Siamo tutte Carla Bruni? No, Siamo semplicemente civili

1 Settembre 2010 alle 18:30

Non c’era certo bisogno di leggere l’iraniano “Kayhan” per farsi un’idea della considerazione del diritto, prima ancora che delle donne, da quelle parti. Speriamo che l’orrore per la condanna alla lapidazione di Sakineh Ashtiani riporti sulla terra multicult e tutori della giustizia universale di casa nostra, magari anche quelli distratti in incursioni sindacali dalle parti di Melfi, dove per qualcuno si sarebbero violati nientemeno che “l’etica e i diritti dell’uomo”. E cosa si vìola nella pratica sanzionatoria di un sistema che prevede l’essere sotterrata fino al seno, con il capo coperto da un foulard, e uccisa a pietrate? La ragione non può retrocedere. C’è un conflitto tra visioni del mondo che va ben al di là dell’indignazione per il trattamento riservato alla signora Sarkozy, prontamente intervenuta in difesa della donna accusata di adulterio e complicità in omicidio: invidiata first lady per le pagine patinate dei rotocalchi europei, prostituta sic et simpliciter nelle pagine del quotidiano Kayhan, il problema è un altro. Non è questione di “siamo tutte Carla Bruni”. Non si risolve nell’alternativa tra lo stile di vita di Carla (che è solo affar suo) e quello preteso in Iran per Sakineh (che è solo affar suo), ma nella volontà o meno di preservare una civiltà dove la dignità della persona “creata a somiglianza di Dio” costituisce l’ inconscio portato culturale di cui gode dalle nostre parti anche chi “non crede”, dalle insidie di modalità “altre” di esercitare il diritto di essere “diversamente civili”. Se non in Iran, e non più in Irak, almeno a Parigi. Di sicuro a Roma. Da noi. Finchè si vorrà.

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