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In ricordo di mio padre

18 Agosto 2010 alle 10:00

Parole, come tante altre parole, scritte esitando, come parlando a bassa voce, parole di un figlio, come tanti, eppure parole ogni volta così diverse, così uniche, irripetibili nella loro speranza di colmare l’incolmabile, nuove. Nuove ogni qual volta che la penna trova il coraggio di violare un foglio bianco, mossa dall’intima presunzione di poter alleviare in qualche modo l’atavica confusione che si prova dentro, dalla speranza di allontanare, seppur per qualche attimo, un dolore endemico, diffuso fin nei più reconditi anfratti della mente, forte di inspiegabili meccanismi cui è impossibile dare un nome ma con i quali avvertiamo il lacerante sconforto di un’assenza inaccettabile, un dolore identico a ieri e uguale a domani. Appaiono così simili le parole in tali circostanze, simili nel loro ciclico susseguirsi, una dietro l’altra, come ultime avanguardie alle quali affidiamo le sorti di una battaglia dall’esito già scontato, nefasto. Parole ordinatamente disposte come a tracciare un immaginario confine fatto di dolori impronunciabili in altro modo, una recinzione capace di separarci in modo quasi chirurgico dal resto delle cose, nonostante il trascorrere dei giorni, nonostante quella volontà di arrenderci a un provvidenziale oblio che potrebbe rendere ogni pena più sopportabile, più a misura d’uomo, disciogliendo nel tempo ciò che oggi appare così tragicamente inalterabile, quel che dei semplici ricordi di una volta ha fatto un complesso e incomprensibile giuoco di rimpianti. Ingenua illusione, flebile vagheggiamento di sensi ormai sfiancati, in quanto quel tempo di sentimenti condivisi è oggi divenuto un singolo rincorrere i ricordi, un devastante precipitare d’ogni fede, d’ogni ragione: essere oggi qui, come tante altre volte prima e come chissà quante altre volte a venire, in ricordo di mio padre.

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