cerca

Mozioni di Settembre - L'Italia degli Invisibili / 8

13 Agosto 2010 alle 11:00

Onorevoli Colleghi, oggi è la giornata che decide il futuro del nostro paese. Uno snodo determinante, il passaggio parlamentare che deciderà in quale epoca l’Italia vuole stare. Se fare un salto all’indietro di vent’anni, o se invece ha deciso che il cammino faticoso, complicato, irto di sorprese e errori umani, compiuto dal 1994 a oggi, non va buttato di colpo dalla finestra, ma semplicemente recuperato, valorizzato, e se possibile completato. Oggi decidiamo se una parte di questo paese ha ancora ragione di esistere, e di trovare rappresentanza nelle stanze del potere. Diranno di noi qualsiasi cosa, troveranno mille modi di etichettarci, se possibile di sputtanarci. Ci chiameranno faccendieri, furbetti, piduisti o pitreisti (che poi per loro pari sono), maneggioni, amichetti, quando non proprio mafiosi. Ci intercetteranno, pubblicheranno, esibiranno al ludibrio i nostri peccatucci pubblici e privati. Eserciteranno il potere di censura congiunto di magistratura e giornali conniventi. Dimostreranno che siamo impresentabili, inadatti (“unfit”, puntualizzerebbero i loro colleghi d’oltreconfine), moralmente censurabili. Criticheranno, non senza un qualche briciolo di ragione, le nostre giacche, la dimensione delle cravatte, le minigonne delle nostre accompagnatrici, gli scarichi inquinanti dei nostri macchinoni. Ma alla fine eserciteranno nient’altro che un giudizio politico. Stabiliranno che si deve nascere nella parte giusta di questo cielo, per trovare rappresentanza parlamentare ed economica nel nostro paese. Che conquistarsi un posto al sole, fuori dai salotti e dalle segreterie dei partiti, è un’eresia meritevole di scomunica, perché non sottoposta al giudizio preventivo dei maestri politici di bon ton. Ci rispediranno nelle fogne, ci renderanno nuovamente invisibili. Rispolvereranno l’Arco Costituzionale, lucideranno con i canoni dell’estetica e del pensare corretto il vuoto prodotto dallo sfascio delle ideologie. Signor Presidente, si ricordi dov’era nel millenovecentonovantatré, tenga presente qual era il consenso intorno alla Sua candidatura, quando il sottoscritto dichiarò che La avrebbe preferito come sindaco di Roma. La straordinaria avventura di questo oggetto in divenire che ho chiamato Popolo della Libertà, e di questa Italia maggioritaria eternamente incompiuta, è nata quel giorno. Quando un imprenditore lombardo con il gusto della sfida ha spiegato ai colonnelli postfascisti, alle camicie verdi che gridavano agli immigrati e a dei residui democristiani che non sapevano dove piazzarsi che non dovevano vergognarsi di ciò che erano. Che potevano contarsi, trovare cittadinanza sui giornali e in parlamento e, con più facilità di quanto pensassero, governare questo paese. Oggi, Signor Presidente, siamo chiamati a decidere se crediamo ancora a quell’idea. Se siamo convinti di costruire una Società Aperta, se crediamo a un ideale di Libertà che è il solo Futuro di questo paese. Se intendiamo liberare le energie vitali che ci fanno grandi nel mondo, o se preferiamo il vecchio sentiero rassicurante in cui il vincitore viene sempre deciso a priori dai partiti, o peggio dai maestri di pensiero nelle redazioni dei giornali. Non è detto che il magma sociale che abbiamo cavalcato in questi lustri trovi mai una fisionomia definita. Che si faccia blocco sociale, che esprima una sua classe dirigente compiuta, con i codici e le regole che le occorrerebbero. Se devo esprimermi, non lo credo probabile. Non siamo riusciti in quest’opera in oltre 15 anni, dubito che ce la faremo nei mesi che rimangono a questa legislatura. Ma prima di arrivare a questo punto, prima di dare una finitezza costituente al nostro sforzo liberatore, dobbiamo decidere se quel popolo è ancora vivo, se ha diritto di stare nel dibattito pubblico di questo paese. E se noi abbiamo ancora voglia di batterci in suo nome. Perché altrimenti, come vogliono i pezzi di questo paese che si battono contro la sua modernizzazione, come accadeva trent’anni fa con le logiche ingessate da Guerra Fredda, l’Italia ritorna ad essere un vecchio, lento, polveroso stato a Democrazia Controllata. Amorevolmente Vostro, SB

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi