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La falsa liberazione animalista e la scottona di Dostojevskij

19 Luglio 2010 alle 16:16

Nel mezzo di una torrida estate, andare vedere i Karamazov in un teatro semivuoto di Gorizia, rimanere 5h34’ nel semivuoto teatro e dirsi che ne è valsa la pena. Per l’aria condizionata, e per l'abissalità dell'argomento del male proposto da Dostojevskij nel noto tormento di Ivàn: perché il dolore innocente? perché il dolore dei bambini? perché quello degli animali macellati e mangiati? Lasciamo da parte Dio, con un’esclusione fittizia, come quella che usa in certe gare d’appalto. La disperazione di Ivàn sarebbe figlia del resistibile pregiudizio che assolve, con una risposta fatalistica, le colpe del singolo nel concorso universale in produzione del male. Smettiamo, ciascuno, di mangiare carne, e almeno il dolore innocente degli animali (non ancora quello dei bambini) ci sarà risparmiato. Cesserà quel senso di colpa che l'uomo del Neolitico ha opposto a rimedio della sua nevrosi il feticcio divino. L'astinenza fu, in attesa di Platone e dei Padri della Chiesa, la prima forma di filosofia vissuta dell'Occidente: poco modernamente animalista - in quel brodo informe di saggezza galleggiavano ancora idee come "creature impure" e "ciclo delle reincarnazioni", poi sparse di qua e molto al di là del Mediterraneo - ma il concetto di astinenza era nato, segnato per sempre e anche per noi il limite lecito ai piaceri della carne, mangiata e accoppiata. Ma non ci si libera, liberandosi dalla scottona e dalla macinata, dall'incombenza della morte. Da quello che pure è l'homo necans, indaffarato a cancellare le tracce di sangue lasciate dalla sua vittima astenendosi - nella religione, nel veganesimo e nell’olocausto asettico dei grandi allevamenti - dal riconoscere il lato di sé oscuro. Quel lato inguardabile (come il volto di Dio) che è invece necessario riguardare ogni giorno, ricordando che la vera purezza non è l'astensione dal male, ma la non complice frequentazione dell'impasto di sublime e ripugnante di cui sono fatti i nostri convitti, i nostri piaceri, la nostra vita.

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