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Stato di grazia

16 Luglio 2010 alle 18:30

Molti di noi, poco più che adolescenti, hanno fermamente creduto di poter cambiare le cose, di riuscire dove altri avevano fallito, inseguendo i propri ideali nelle proteste di piazza, in improvvisati cortei o, più semplicemente, esercitando con fiducia il primo diritto al voto. Una visione oggi quasi anacronistica che allora ci regalava l’intima convinzione di essere in grado di trasformare il futuro, un obiettivo ambizioso al quale sembravamo avvicinarci giorno dopo giorno. Poco importava se il contesto fosse una grande piazza di Roma o Milano oppure un piccolo spiazzo di Cagliari, nessuno di noi metteva in dubbio la propria capacità di incidere realmente sulle decisioni dei “grandi”. Si viveva in una sorta di “stato di grazia“ che però non coinvolgeva chi al disagio del muoversi controcorrente preferiva l’agio della rassegnazione: quei qualunquisti che, ieri come oggi, alimentano un materialismo ottuso e clientelare che nega spazi alla meritocrazia e al cambiamento. A distanza di troppi anni, mi sembra ancora di avvertire quell’odore di giacche troppo larghe, di prime sigarette, di grandi speranze, quel profumo oggi sempre più confuso nell’acre lezzo della sfiducia e della disillusione.

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