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La stampa e la legge sulle intercettazioni

12 Luglio 2010 alle 16:30

Chiedo scusa ma trovo solo ora il tempo di commentare il recente sciopero dei giornalisti contro la legge sulle intercettazioni. Uno sciopero dovuto, il minimo che si potesse fare, al quale (se non fossi un lavoratore precario che ha iniziato da solo un mese il nuovo contratto di lavoro) avrei partecipato anche io. Ma a parte questo giusto manifestare, un po’ di autocritica? Dove è stata la stampa italiana negli ultimi… 60 anni? O solo 40? O solo 20? Andiamo a sbirciare? Alla fine della seconda guerra mondiale il Pwb alleato rifonda la radio e le testate italiane, assume giornalisti non compromessi con il fascismo, paga gli stipendi e sovvenziona a fondo perduto macchinari e carta. Cederà le attività nel 1946: la radio finirà sotto controllo della Dc, dalle testate verranno epurati i giornalisti di sinistra ed alla direzione dei giornali torneranno personaggi compromessi con il fascismo e salvati dalla politica tutta, dal Msi al Pc. Tra la fine degli anni ’60 ed inizio ’70 la Dc controlla (direttamente o indirettamente) la Tv, la radio, ed il 73% della stampa italiana. Che tipo di democrazia può esistere in una simile situazione? Con l’arrivo di Berlusconi si crea poi una specie di far west, e non parlo del conflitto di interessi ma del fatto che non si regolamentano le frequenze e non si cerca una seria soluzione all’indipendenza della comunicazione, perché non si colpirebbe solo Berlusconi ma l’intero sistema di informazione che vive foraggiato dalla politica, e che la politica necessita come veicolo di propaganda. In questo triste scenario è bene ricordare che nel 1946, via gli alleati, gli editori tornarono immediatamente ad elemosinare le sovvenzioni per la carta (che sono in vita ancora oggi) mentre i giornalisti si guardarono bene dall’abolire l’Albo (istituito dal fascismo per meglio controllare chi scriveva sui giornali) per farne uno strumento di chiusura al mercato, limitando l’ingresso di nuove figure e garantendosi così stipendi più alti; insomma, una piccola casta alla quale si accede per cooptazione, come quasi ovunque in Italia. E che dire della Tv, che riesce ad avere un buco di bilancio doppio del canone che percepisce e che da sempre ha ai suoi vertici non i dirigenti migliori ma quelli più graditi alla politica di turno? La stampa di partito da noi è sparita o agonizzante perché, a parte il Corriere da sempre banalmente schierato con il potere politico al governo o che sta per arrivarci, viviamo sommersi da giornali che si fingono imparziali ma sono a tutti gli effetti organi di partito; a meno che non vogliamo considerare super partes Il Giornale, Libero, Repubblica, l’Unità, Il Manifesto… che tristezza. Quindi riassumiamo. Editori protetti dal doversi confrontare con il mercato mantengono vivo il proprio giornaletto grazie al denaro che ricevono in cambio del sostegno sostegno a qualche partito; i giornalisti ricevono uno stipendio sopra i valori di mercato grazie alla chiusura all’ingresso di nuovi giornalisti che si attua grazie allo Stato che non abolisce; ed infine la Rai vive di ripianamento di deficit con denaro pubblico e di politiche che ne occupano le poltrone. Torniamo alla manifestazione contro la legge sulle intercettazioni. Giusta, sacrosanta, sa il cielo quanto vorrei una stampa libera, critica, contropotere, stimolo al pensiero della società e pungolo alla politica, ma forse è un po’ tardi per reclamare diritti quando si è da tempo ceduto il mestiere e la dignità; ma se per caso non è tardi, allora il giornalismo rifletta sul fatto che prima di chiedere dovrete dare: restituire le medievali prebende, rinunciare alle agevolazioni, rischiare confrontandovi con il mercato. Certo, se il primo pensiero di editori e giornalisti è “che mi frega, la politica mi mantiene ed io vado avanti” o “si vabbè, ma anche io tengo famiglia”, allora non si andrà lontano; un altro paio di scene di piazza facendo un po’ di casino con le vuvuzela avanzate da mondiali, e poi tutti a rientrare nei ranghi. Franza o spagna, basta che se magna.

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