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Amarcord e stato di polizia

12 Luglio 2010 alle 14:00

Avevo 20 anni e affascinata dagli effetti scenografici delle parate militari a Mosca che vedevo in televisione decisi, in occasione del Primo Maggio, di recarmi in quella città. Da ragazzina avevo letto praticamente tutti i grandi romanzi della letteratura russa e, anche in quest'ottica, un viaggio a Mosca rappresentava per me un'occasione da non perdere. Il nostro gruppo alloggiava all'Hotel Inturist, proprio sulla Piazza Rossa. La città è bellissima ed affascinante ma provavamo grande compassione per tanti passanti che, non so come, ci riconoscevano come Italiani e ci chiedevano soldi e addirittura gli occhiali da sole e il cappello che indossavamo. Dopo la sfilata tornammo in albergo e con la mia amica ci recammo in camera per commentare ciò che avevamo visto. Grande fu il nostro stupore quando ci accorgemmo che la porta della camera era socchiusa ed all'interno tre uomini erano affacciati a sorvegliare la piazza. Istintivamente gridai e mi affrettai a chiamare la cameriera del piano che ci riaccompagnò in camera e ci rassicurò dicendo non avevamo nulla da temere da quei tre signori. Furono invero molto gentili, uno di essi parlava un pallido italiano, ci chiese il passaporto in visione e il nostro parere sulla sfilata. Poi adocchiò la macchina fotografica che avevamo nel frattempo lasciato sulla scrivania e cominciò ad informarsi sul dove avevamo scattato le foto. Noi eravamo tremanti ma riuscimmo a gestire al meglio tutta la vicenda. Dopo un quarto d'ora circa ci salutarono ed andarono via lasciandoci stupite ed amareggiate. Più tardi ci rendemmo conto che avevano ispezionato il nostro bagaglio. Sono trascorsi 40 anni ma il ricordo, la delusione e la paura sono chiarissimi nella mia mente. Anche per questa esperienza vissuta in prima persona affermo che è assolutamente intollerabile la perdita dei diritti civili e tra questi il diritto alla privacy.

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