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Il gene della corruzione

2 Luglio 2010 alle 08:30

Una riflessione, en passant, sulla cronaca che quotidianamente “l’informazione” (stampa e radiotelevisione, internet) ci mette a disposizione, c’induce a considerazioni che non potremmo non fare solo se fossimo degl’inetti o dei complici. In tutto il mondo civilizzato, politicamente democratico o autocratico, l’insidia perenne che mina la legittimità del potere è la disonestà dei politicanti che esercitano il potere. Non c’è Paese, Nazione, Governo della cosa pubblica, che non alimenti al suo interno quel tarlo fagocitatore che divora il denaro comunque reperito. È una patologia del sistema o è geneticamente insito nella natura umana questa fagocitosi che ingurgita i beni appartenenti alla collettività? E non c’è pena che tenga che possa indurre i corrotti ad astenersi dalla corruzione. In Cina, la severità del regime autocratico, condanna a morte i corrotti, malgrado ciò, anche in Cina, i corrotti sono quel tarlo fagocitatore che insidia il normale funzionamento dello Stato. E non è una scoperta dei nostri tempi, già dall’antichità la corruzione ha esercitato le sue arti malefiche inficiando il potere legittimo dello Stato con ruberie effettuate all’ombra del potere. Dalle “Filippiche” di Demostene, a Cicerone con le “Verrine” e “le Catilinarie”, il mondo antico ci lascia ampi esempi della corruttela dilagante; Emile Zola, con il suo “J’accuse”, scritto su “L’Aurore”, additò all’opinione pubblica il comportamento corrotto della classe militare in combutta con il potere civile. Matteotti perdé la vita per aver denunziato in Parlamento i disegni oscuri del fascismo. Fino ai nostri Falcone e Borsellino, martiri sacrificali dell’onestà che invano si oppose alle miserabili trame della malavita e del malaffare. Che fare? Vigilare! stare sempre col fucile spianato pronti a far fuoco sul cialtrone che approfitta del potere per derubare il popolo dei suoi averi.

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