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Squadre e paesi in via d'estinzione

18 Giugno 2010 alle 20:30

Negli ultimi tempi, giornalisti del Foglio si divertono, con ragione, a maramaldeggiare sulla Francia del calcio. Tutto ciò è molto divertente, come testimoniano alcune delle migliori battute: “José Mourinho, giocando a fare l’antipatico, è diventato un’icona. Il ct francese Raymond Domenech, giocando a fare l’antipatico, è diventato arciantipatico… Le disgrazie altrui danno piacere, le disgrazie dei francesi sono il paradiso in terra… “E non sono nemmeno sicuro che la Francia possa battere il Sudafrica”, dice il gongolante Steve McManaman. Oltre al fatto che la parola che tutto il mondo ripete – ciascuno nella sua lingua – è: biscotto” ecc. ecc. ecc. A me, qui, piace invece sottolineare come il problema della nazionale francese non sia “il suo allenatore Domenech, che se ne sta appoggiato alla protezione della panchina come nemmeno un personaggio di Samuel Beckett” quanto il fatto che “la squadra transalpina gode anche di una guerra per bande in uno spogliatoio che somiglia per coesione a un gruppuscolo trotzkista. In più, se quasi tutti i giocatori dei Bleus sono di origine straniera, la gran parte dei francesi di origine straniera tifa per la squadra del paese di provenienza. E quando squadre come l’Algeria o la Tunisia giocano una partita in uno stadio francese metà del pubblico “di casa” cerca di convincere tutti che le parole della Marsigliese consistano in una serie di poderosi fischi”. Questa è la cosa sportivamente, politicamente e, soprattutto, storicamente interessante: la Francia non lascia il cuore negli spogliatoi, come viene detto, è che, semplicemente, non ha nessun cuore da mettere in comune. Mentre la pagliaccesca cerimonia organizzata dai sudafricani consegna la Coppa del Mondo 2006 non a un francese, badate bene, ma a un figlio dell’Africa (Vieira), il gruppo dei bleus riconferma da par suo ciò che è già ampiamente assodato, per chi ha voglia di vedere: non solo le società forzosamente multirazziali e multiculturali non funzionano, ma non funzionano nemmeno le strutture piccole e semplici come una banale squadra di calcio, almeno laddove i francesi propriamente detti perdono la leadership. E, come sappiamo, non è solo la nazionale di calcio, in Francia, a essere divisa in vari clan. E’ la società stessa. Non è Domenech a minare la compattezza del gruppo, è la forzata convivenza di uomini troppo diversi tra loro. Uomini che non hanno niente in comune, se non l’ipocrita pretesa delle alte sfere di volerne fare un gruppo a tutti i costi. Non funziona. E allora è normale che questi mercenari, questi ascari senza l’orgoglio dell’ascaro, finti francesi quasi sempre nati altrove, facciano il tifo per se stessi, per i loro paesi d'origine, per le loro religioni, più che per la squadra, per gli usi, i costumi e la cultura di cui indossano la maglia per decisione superiore.

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