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Apartheid, vuvuzela e buon senso

18 Giugno 2010 alle 19:00

Apartheid è, come riconobbe spontaneamente e tristemente anni fa uno studente universitario di Utrecht temporaneamente in Italia, l'unico contributo olandese al "vocabolario internazionale". Furono i boeri a introdurre in Sudafrica la segregazione, la quale fu poi mantenuta degli inglesi in un epoca nella quale era considerata normale. In tempi più recenti bianchi sudafricani, non inglesi, la mantennero, ritenendola l'unico mezzo che garantisse agli esponenti della loro comunità, da sempre in netta minoranza numerica, di continuare a governare. Al lungo elenco dei demeriti di una classe dirigente intimamente razzista sarebbe tuttavia giusto aggiungere il merito di aver consegnato alla maggiornaza nera, che si affermò a partire dalle prime elezioni "a suffragio universale" uno stato ricco, a differenza di tutti gli altri del continente, con un'ottima organizzazione amministrativa e con un sistema istituzionale compiuto, che, eliminato l'apartheid, è stato facilmente convertito in una democrazia stabile e abbastanza moderna. Quanto ai riti tribali e agli strumenti musicali primordiali, è difficile associarli al concetto di cultura e sarebbe quantomai opportuno limitarne l'uso durante le competizioni sportive, come si pretenderebbe dalla federazione sportiva di un qualunque stato organizzato del nord del mondo.

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