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La guerra del golfo di Barack ed il mondo "verde" prossimo venturo

17 Giugno 2010 alle 15:00

Un incidente, per quanto devastante e apocalittico, resta un incidente: quando poi il responsabile è immediatamente, concordemente ed implacabilmente individuato e (come è giusto che sia) unanimemente esecrato e condannato a risarcire ogni danno e, soprattutto, messo in condizione di non nuocere più, anche il furor populi (com’è giusto che sia) è sedato. Quando poi emergono anche responsabilità “collaterali” di controllori poco attenti e funzionari troppo avidi, la mannaia della giustizia, in un paese dove a passare con il rosso si va dritti davanti ad un giudice, non fa certo sconti a nessuno, e la Nazione prontamente laverà, oltre che gli indesiderati idrocarburi, anche l’onta del solo sospetto di servitori infedeli (come è giusto che sia). Quando, infine, dopo aver combattuto e vinto l’unica “guerra giusta” oggi tollerabile - la Guerra del Golfo contro la Marea Nera che ha osato attaccare il patrio suolo americano - non resterà che ridare fiducia alla nazione ferita, con un bel programma di investimenti per la riconversione energetica ed una strizzatina allo stile di vita americano, il tutto con un alto e vibrato sermone conclusivo sul ritrovato impegno all’equilibrio cosmico tra uomo e natura. Importerà, allora, solo incrociare le dita perché non capiti un altro “incidente”. Sempre del tipo dell’11 settembre, per dirla con Barack, ma dove la Marea che dovesse impattare sul suolo patrio avesse un diverso colore. Verde, per intenderci. Il colore di quell’Islam che, anche dopo il “ramoscello d’ulivo” dell’Obama del Cairo, quando profetizza (e lo profetizza) un mondo “verde”, non pensa esattamente all’energia eolica.

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