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Ma a noi, qui, che ci importa di Israele?

9 Giugno 2010 alle 18:30

Continuo a leggere con angoscia – anzi, con rabbia crescente – gli articoli di quella che ormai è "contro-informazione" di nicchia, il vano tentativo di un’area mediatica infinitesimale di aprire gli occhi al grande pubblico su quello che veramente succede in Medio Oriente, quell'orrendo guazzabuglio dove accade di tutto: gente che muore, palestinesi terroristi e non, navi pacifiste o finto tali, commandos picchiati ma assassini, razzi che cadono dal cielo e bombe atomiche in pectore, autisti di vescovi pseudo-impazziti, vescovi decollati, e, soprattutto, verità nascoste o non raccontate di un conflitto mortale nato come arabo-israeliano, ma da decenni degenerato in campo di battaglia ove si giocano innumerevoli partite, ignobili interessi, sotterranee contrapposizioni. Ma, soprattutto, e a dispetto di quello che ci dicono, il terreno dove da sempre si scontrano le civiltà. Davanti al delicato pubblico occidentale, pupo piagnucoloso, giornalisti e portavoci fanno i vaghi, fingono di non capire, raccontano favole. Per usare invece le parole di Melanie Phillips, degna erede di quella Fallaci che tutto già aveva visto con anni e anni di anticipo(compresa la complice viltà dell'Occidente) i fatti di cronaca di cui ogni giorno leggiamo, e soprattutto la reazione delle parti, rappresentano “… a memorial … to the lost culture of truth and justice, now eclipsed … by lies and racial hatred”. Certo, si sa, Melanie Phillips è ebrea, quindi (a differenza però di molti suoi simili che se la spassano a Islington o Manhattan) si può capire che sia particolarmente sensibile ai problemi del Medio Oriente e dell’anti-semitismo. Ma a noi gentili, qui ed ora, cos’è ciò che ci si richiede di fare? Giornali, t.v. e governanti d’Europa e d’America ci raccontano la solita vecchia storia: tutte le tensioni mediorientali derivano dalla semplice presenza ebraica sul posto; ma noi, invece, a casa nostra, non abbiamo nulla da temere. Ci si chiede, in sostanza, di stare a guardare, ma che cosa, esattamente? La fine di Israele? Crediamo veramente che tutto finirà con la sparizione degli ebrei dalla Palestina? Credo che per noi europei e cristiani non sia tanto necessario prendere posizione per gli israeliani contro i palestinesi, per gli ebrei contro gli islamici (anche se, detto tra noi, viene da solo: è una questione di pura intelligenza), quanto piuttosto di non farci incantare da chi ci lusinga con false speranze, con inviti alla moderazione, a un dialogo che ha ormai, da tempo, tutti i crismi dell’unilateralità. La verità, il punto vero della questione, infatti, è che in Medio Oriente si sta scavando la fossa anche sotto i nostri piedi, e una vera grande guerra è effettivamente in atto. E non è solo quella tra ebraismo e islam, ma è la guerra montante del Terzo Mondo contro l’Occidente. Flussi migratorii, squilibri demografici, aggressività mussulmana, quinte colonne di casa nostra, strapotere cinese: tutto congiura per una nuova grande caduta dell’Impero, per altri mille anni di buio Medio Evo. Ciò che viene messo in pericolo, ora, in Palestina come in Turchia, sui monti del Waziristan come lungo i confini dell’Arizona, non è la superiorità economica o culturale dell’Occidente, ma la sua stessa sopravvivenza. Siamo noi, ora, i Sioux destinati a sparire nelle riserve, siamo noi gli ebrei che fanno la fila per salire sui treni della morte nel 1943. E facciamo finta, come altri popoli spariti dalla storia, che quasi nulla stia accadendo. Così, la verità dice che l’anti-semitismo può anche non essere un nostro problema, ma l’anti-occidentalismo lo è senz’altro. Israele è il nostro avamposto, la nostra Verdun. Se e quando Israele cadrà, la nostra fine sarà molto più vicina. Si realizzeranno così tutti i desideri dei pacifisti liberal: incapaci, nel passato, di distruggere se stessi e il loro mondo attraverso l’agognata marxizzazione della società, ci riprovano ora con il terzomondismo, e con successo . Vinceranno, stavolta, perché stavolta ci sono masse umane in movimento, mezzi popoli che varcano i confini, che si stanzia¬no nei nostri territori, che mettono radici nelle nostre città, che piangono il vittimismo degli abietti mentre rifiutano l’integrazione e bramano di sostituire al nostro il loro mondo, ben più intollerante . Maometto e Lenin a braccetto: il lupo dell’ideologia totalitaria si traveste e fa proseliti, ironicamente, nel gregge dei cosiddetti “più sensibili”. Il nichilismo di sinistra di oggi equivale a quello degli antichi cristiani, ma il nuovo mondo che essi sognano di vivere sarà certamente – come allora – più cattivo dell’attuale. E come Sant’Agostino sulle mura di Ippona, forse anch’essi - donne e gay, giovani ribelli, intellettuali e animi sensibili – vedranno i barbari arrivare, senza più maschere ormai, ma con le armi in pugno e tutto il loro bagaglio di caos e di orrori. E allora sarà troppo tardi per capire che l’Impero ha sempre i suoi difetti, ma quelli del mondo barbarico sono assai peggiori. Noi, invece, spariremo come tutti gli altri. Ma almeno avremo avuto l’orgoglio e la dignità di esserci opposti al nostro stesso olocausto. Come Israele. A lungo termine, è quanto ci resta da fare.

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