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Per Walter Tobagi

28 Maggio 2010 alle 19:00

Gli anni 70/80 li ho passati in fabbrica. Tobagi faceva parte di quella reale “meglio gioventù” costituita da milioni di lavoratori che affollavano gli stabilimenti e le aziende, combattendo quotidianamente la battaglia per la sopravvivenza. Di un’altra Italia, che tenne duro e consentì a tutti di evitare il peggio. Di un paese rappresentato da quelle migliaia di uomini che, con buon senso e coraggio, spesso abbandonati a se stessi dalla sottovalutazione del fenomeno terroristico, riuscirono a disinnescare nei luoghi di lavoro le più devastanti ripercussioni. Dal senso di responsabilità della classe operaia, che non cadde preda del fascino dei “compagni che sbagliano”. Dalla determinazione di una generazione di uomini d’azienda e maestranze che, ognuno a suo modo, si oppose compatta alla contrapposizione violenta. Bersagli umani che trovarono solidarietà e protezione proprio da parte di coloro che qualcuno avrebbe voluto trascinare all’odio, alla violenza. Si ritrovarono spesso più al sicuro negli stabilimenti, con i “propri” colleghi ed operai, che per strada o nella propria casa. Ma non tutti ce l’hanno fatta..

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