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Il Fini giustifica i mezzi

23 Aprile 2010 alle 19:30

Il processo celebrato ieri davanti all'assise del PDL, che ha visto il Presidente della Camera Fini imputato del reato di alto tradimento (verso il partito, i suoi elettori e, naturalmente, il suo Leader) offre importanti spunti di riflessione. I sostenitori dell'accusa, succedutisi via via alla sbarra della Direzione Nazionale, hanno evidenziato le numerose ed incontestabili debolezze della posizione assunta da Fini, con particolare attenzione alla questione dei “tempi e modi” seguiti. La vera partita si è però giocata nello scontro tra i due co-fondatori, dove la terza carica dello Stato, con le sue difese da Professionista della Politica, nulla ha potuto contro l’arringa del Presidente Berlusconi, che con un affondo degno delle migliori uscite confindustriali (e questa volta non aveva nemmeno mal di schiena) ha scaldato il PDG (Popolo dei Giurati), convincendolo ad avallare la condanna dell’imputato. Sino a qui la cronaca “giudiziaria”; il vero dato politico della vicenda non è tuttavia ancora emerso, ed emergerà solo quando verrà resa nota la pena inflitta al condannato e agli altri congiurati: se Fini sarà costretto ad abiurare o a lasciare il PDL tutto resterà come prima; viceversa, qualora il Presidente della Camera dovesse rimanere (con o senza la formazione di una propria corrente) si potrà finalmente dire che qualcosa è cambiato nel panorama politico del nostro paese. Come giustamente osservano oggi alcuni commentatori, il PDL ieri è finalmente sembrato un partito vero; l’apparenza, però, non può bastare, occorre qualcosa di più. Fini, forse con modi sbagliati, ha tentato di porre quella che potrebbe essere la prima pietra del processo di costruzione di un vero partito, capace di guardare al futuro e di sopravvivere alle leadership; se ciò dovesse riuscire, gli dovrà essere ripulita la fedina penale. Il Fini, del resto, giustifica i mezzi.

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