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Aborto / 24

26 Marzo 2010 alle 19:30

Al pro life, soprannominato con un termine mediatico, che non gli fa giustizia, “integralista”, stanno molto a cuore contemporaneamente tre aspetti: il nascituro, sua mamma, il disvalore morale dell’aborto. Si potrebbe dire che ai suoi occhi sono un unico concetto, e che, proprio lottando per tutti e tre insieme, trovi le sue motivazioni più forti. Il pro choice pensando solo alla donna, alla fine, purtroppo, dimentica anche lei. Il legalizzatore, a volte pensando al “male minore”, chiude gli occhi davanti a tutti e tre. Il nascituro, sua mamma, il disvalore morale dell’aborto riecheggiano sulle labbra del pro life “integralista” come un triplice impegno che non vuole mascherare. Infatti solo lottando per tutti e tre non cade in contraddizione, e si pone come interlocutore credibile. La sua fatica però e triplicata e a volte ostacolata. Il disvalore morale dell’aborto non è capito nel suo nucleo più inquietante da chi vuole regolamentarlo, e questo procura un’indomabile sofferenza. Sofferenza per i futuri nascituri, per l’abortismo che si è diffuso con impressionante velocità anche fra i giovani, per l’acquisizione dell’aborto come un dato di fatto inevitabile, per la distorsione dell’idea di contraccezione. Nelle nuove generazioni l’aborto legale ha indebolito molto l’idea della trasmissione della vita ed ha trasformato, verso il basso, la sessualità. Gli abortisti temono il clamore suscitato dalla moratoria sull’aborto, e non immaginavano tante adesioni, perché ipotizzavano una specie di assuefazione. La loro pretesa di ergersi a difensori delle donne mostra ormai il fallimento. O si difende il nascituro, sua mamma e il concetto che l’aborto è un disvalore, o si perdono tutti.

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