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Aborto / 12

25 Marzo 2010 alle 11:30

Il sig. Gatti, insieme all'illustre compagnia del Beccaria, forse ignora che la giustizia non si declina col principio profano di massima utilità (indeterminabile per il carattere intrinsecamente fittizio di ogni statistica), ma con quello sacro del suum cuique tribuere. A questo dopotutto soddisfa la pena di morte (e ogni altra pena a essa inferiore), e sempre a questo non soddisfa invece l'aborto, che è piuttosto il meum cuique tribuere della madre abortente in complicità col medico-boia consenziente. Per cui non si lasci ingannare da seduttori con grafici di morte: l’igiene misantropica non declina col progresso tecnico, semplicemente si metamorfizza dal chirurgico al farmacologico fino all’ultima diavoleria preventiva e per questo pur sempre cacogenetica, per quanto invisibile. L’odio per l’uomo o si conserva o si sradica, tertium non datur, e assai più che la scolarizzazione può fare per questo una cristiana educazione all’amore, che ha come suo braciere la famiglia e non la scuola: sono i più freddi e non i più incolti ad abortire di più, e contro il gelo artico dell’utilità a un uomo spesso rimane per difendersi solo la fiamma strappata un tempo da un focolare domestico. Invocare poi il daimon di una tecnica per scacciare un’altra tecnica significa solo percorrere l’eterno ritorno che incatena il fato umano, Sisifo perdente, tanto è vero che dopo 2500 anni di progresso scientifico e civiltà cristiana ricadiamo ora nel singeriano infanticidio di spartana locazione e memoria. Esorcizzare l’amore, non l’esistenza, dalla possessione delle tecniche non è risultato perseguibile da apprendisti stregoni qualsiasi, che spesso rischiano solo di sentirsi canzonare dal demonio: “Conosco Cristo e so chi è Paolo, ma voi chi siete?”, e poi venir legnati…

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