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Il canto sibillino dei tre tenori

17 Marzo 2010 alle 12:00

Non voglio cadere nella trappola per cui, parlando di media, di giornali e di talk show politici, è obbligatorio distinguere tra loro i comportamenti del killer schierato Santoro, del furbetto finto equilibrista Floris e del morigerato anche se di parte Minzolini. Non ci voglio cadere né mi va di distinguere, sebbene avrei mille ragioni per supportare la tesi che “qualsiasi editoriale, anche avventato, è sempre più rispettoso della verità di un qualsivoglia editto, ceralacca compresa”. Mi piacerebbe invece affrontare il tema del DNA giornalistico, che in televisione soprattutto, ma nella carta stampata anche, sembra ormai afflitto dalla sindrome della multifattorialità mendeliana. Patologia inventata proprio ora, utile per evocare la crisi profonda e strutturale in cui versa il giornalismo in genere, che qui da noi non rappresenta più quel quarto potere accennato da un metaforico Welles (che tanto ci commosse e ci fece diventare liberali), ma solo il potere di una parte, che ovunque sia collocata, ha per default sempre e comunque ragione. Ecco, addirittura azzardo, che questo tipo di giornalismo sia sbagliato assoggetarlo come “servile”. Certo, obiettivo non è, ma neanche servile. Non posso pensare che Repubblica, il suo Corpo Redazionale, il suo Direttore, siano dei servi di De Benedetti o del PD o di Di Pietro. E neanche non posso pensare che i nostri tre tenori, pur se cantori sibillini, siano degli arlecchini. Non ci credo. Forse, è che avendo perso quel DNA fondante, cioè la voglia di informare, l’obiettività, l’etica, questo giornalismo, queste testate, questi giornalisti, agognano essi stessi di diventare uno dei tre poteri. Insomma vogliono governare. Tutto lecito, intendiamoci, governare è una aspirazione leggittima. Ma non chiamiamoli più giornali o giornalisti. Altrimenti uccideremo quelle tante facce pulite che nel cinema, interpretando il meglio e gli uomini migliori di questo mestiere, ci hanno fatto innamorare della verità.

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