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La disonestà come fenomeno italico

22 Febbraio 2010 alle 14:45

“Piove, governo ladro!” Era l’imprecazione dei toscani che ce l’avevano col governo del Granduca che, avendo imposto la tassa sul sale, effettuava la pesa sempre nei giorni di pioggia, e il sale, igroscopico, pesava di più. Ma, al di là del modo di dire pittoresco, resta il fatto che le ruberie dilaganti per l’Italia, sono di marca prettamente etnica e siamo proprio noi gente italica a praticare quello sport immorale che i giuristi definiscono corruzione. Il malaffare è soltanto la punta dell’iceberg che affiora impudico a dirci che quella che appare è solo un nono della corruzione metastatica. La stabilità della nostra società civile è minacciata dall’egoismo crematistico di imprenditori attivati solo all’animus furandi, e dall’avida bramosia di funzionari e dipendenti ossessionati dal bisogno incessante della loro cupidigia. Come difenderci? Se continuiamo ad eleggere rappresentanti parlamentari la cui competenza sta solo nel clientelismo coltivato con artata demagogia, nulle saranno le legittime speranze di uscire da questa profonda gora che ingoia onestà e ricchezze. Dovremmo pretendere, senza equivoci, che “Masanielli” estemporanei potessero attribuirsi il compito di lusingarci con la loro oclocrazia. È ridicolo che proprio chi condanna l'andazzo dell’«ad personem» diventi oggetto di quel culto che i propri adepti tributano al leader in un afflato mefitico di fanatismo ideologico (quanto schietto lo sa solo Iddio). Corrotti e incarogniti da perverse usanze abbiamo bisogno di pene certe e immediate (le leggi ci sono e sono più che sufficienti), e di magistrati liberati dagli inganni della politica che immiseriscono il loro lavoro in una rincorsa perenne del potere corporativo. Non sarà sostituendo un “Governo ladro” con un altro “Governo ladro” che potremo illuderci di giungere dal pelago alla riva; è in noi stessi la possibilità di offrire alla nostra coscienza la forza d’affrancarci nella più virtuosa delle società.

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