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Uno, nessuno, centodiecimila

25 Gennaio 2010 alle 17:15

La morte è una cosa tragica, da prendere sul serio. Peggio della morte c’è solo il dopo morte, che può essere il nulla (per alcuni), l’eternità (per altri), l’occasione per una nuova esperienza terrena (per altri ancora). Di importanza fondamentale è anche il “passaggio burocratico dalla morte al dopo morte”: mai sottovalutato da nessuna cultura e religione, il rito funebre è il momento topico per l’elegia del defunto, per l’avvio dell’elaborazione del lutto, per gettare le basi del futuro, per il recupero dei “rimasti vivi”. Per tutti, e per default, non dovrebbe mai essere un momento sconveniente. Ad eccezione di alcuni personaggi dello spettacolo o dell’arte: in quel caso il funerale è una festa per innescare quella santificazione (il cammino verso il mito) che farà guadagnare soldi agli eredi. Escluso questi casi, le esequie hanno sempre un valore sociale, seguono le tradizioni locali e le rinforzano, leniscono il dolore. I riti funebri possono anche apparire curiosi, esagerati, pittoreschi. Ma in ogni contesto – tarati anche sulla base dell’importanza del morto - hanno un senso, uno scopo. La cosa più brutta di questo processo burocratico, strano a dirsi, è proprio la sua assenza. Morire ed essere gettati in fosse comuni è il massimo della beffa: vuol dire evocare stragi etniche, epidemie, guerre, tsunami, terremoti. Però definisce la gravità dell’evento collettivo e così lo si esorcizza. Le fosse comuni diventano ineluttabili ma sono perciò accettate. I funerali invece mai dovrebbero diventare vanità. Mai. Il funerale del arciVescovo di Haiti e del suo vicario (funerale unico tra centodiecimila), le due bare (uniche tra centodiecimila corpi gettati nelle fosse), l’auto, il corteo e tutto il resto, ha rimarcato un livello di vanità davvero peccaminoso. Una eccezione di cattivo gusto. Sbagliata. Se vale qualcosa - sarò moralista, antivaticanista, mangiapreti o ingenuotto – io personalmente mi dissocio.

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