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Il calcolo logico della felicità ai tempi del socialismo dolcemente liberale

18 Agosto 2009 alle 16:27

Liberalismo e socialismo divergono su molte questioni, alcune delle quali davvero importanti. Eppure non sono due concezioni davvero antitetiche della società e del ruolo che l’uomo ha nel mondo. L’essenza del liberalismo può essere sintetizzata nella formula: “Tutto è lecito all’individuo nella misura in cui non viola i diritti altrui alla vita alla proprietà alla libera espressione di sé”; la formula, invece, che sintetizza il nocciolo duro del socialismo è: “nulla si può fare se non attraverso il consenso della collettività”. Ma il punto dal quale traggono la medesima origine è l’idea dell’onnipotenza umana o, se vogliamo, della solitudine metafisica dell’umanità. Nella visione liberale, il genere è ridotto all’individuo, nel socialismo l’individuo è semplice appendice organica del tutto; in ogni caso, che sia l’individuo che sia la comunità, chi comanda è l’uomo che, oltre a se stesso, non riesce a trovare un fine migliore per imprimere forza e forma al suo agire. Avendo infatti l’uomo cercato dentro di sé il lume che mostra la ragione per cui egli è sufficiente a se stesso e non avendolo trovato, perché non esiste, il vuoto di senso potrà essere riempito, allora, solo da valori insignificanti e contraddittori. Ossia, il nostro universo sociale e morale si fonda su assiomi come questi: (a)“Ho il diritto-dovere di fare ogni cosa per raggiungere la mia personale felicità”; (b) “Tutto quello che faccio per essere felice ha una ricaduta negativa. Distrugge l’ambiente, distrugge la naturale solidarietà umana, distrugge il mio buon diritto ad essere in pace con me stesso, cioè con il mondo”. (c) “Devo fare tutto quello che è in mio potere per essere felice, ma qualunque cosa faccia per poter essere felice in realtà genera infelicità, dunque se voglio essere felice non devo fare nulla ma se non faccio nulla non sarò mai felice”; (d) “Viviamo in un mondo di merda nel quale il sacrosanto diritto di essere felici è reso impossibile dal fatto che esiste il mondo”.

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