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Abbiamo bisogno di parlare con gli spiriti

24 Luglio 2009 alle 12:37

Una comunità è essenzialmente un dialogo sommesso e permanente fra i vivi e i morti, in attesa di quelli che verranno. E’ quello che chiunque di noi ha visto da mille e mille anni a questa parte semplicemente entrando in una nostra chiesa. Lapidi sul pavimento e sarcofaghi ai lati, al centro quelli che avevano voce, e, di fronte, Maria con il Bambino in grembo. Si sapeva di essere una comunità perché si voleva essere una comunità, cioè un centro di forza che non abbandona coloro che sono venuti prima e allarga le braccia a coloro che verranno e saranno chiamati a custodire coloro che li hanno accolti e formati. Quello che prova che in Occidente non esiste più, da nessuna parte, una comunità, è proprio la rottura della sequenza che rende il passato presente e il presente l’attesa del futuro. Il vortice nel quale viviamo è appunto questo, non lo sciopero dei ferrovieri o le scopate del Presidente o del Segretario aggiunto. Ma ciò forse non è un male, se abbiamo il coraggio di accettare che la civiltà nella quale siamo nati, quella giacobino-statalista, è irrimediabilmente fallita e non vale la pena cercare di puntellarla per prolungare la sua agonia. Dobbiamo sentirci separati da essa e immaginare forme nuove di comunità nelle quali i legami, fra ciò che andato e ciò che rimane in attesa di un futuro che sia suo, possano trovare un sensato sistema di nodi.

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