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Mit(e)ologia del male

26 Maggio 2009 alle 20:45

Il film Antichrist del regista danese Lars Von Trier non è stato rovinato dagli applausi pleonastici della buona stampa critica e contemporaneamente ha disgustato il pubblico (sono testimone dell’uscita dalla sala, durante la visione del film, di molte persone); il genio è uso ad essere uno straniero nel e del presente, per poter essere un amico nel e del futuro. Complimenti Lars! La tesi del film può essere compresa solo essendo dotati o dotandosi di uno spirito religioso, ma non è costume estetico ed etico di questi tempi aver un simile spirito. Per conferma attendo il giudizio del Presidente della Camera che oramai è così bravo da tener lezioni sul futurismo! Ilarità a parte, il film è intriso d’un gusto che si rovescia nel disgusto, il moderno spirito nichilista trionfa sulla pelle del genere umano (solo nel film?). Qualche critico e lo stesso regista hanno assegnato alla donna il ruolo dell’Anticristo (che nel film non si vede mai per come uno può immaginarlo in un film-horror); in realtà per quel che ho capito l’Anticristo è lo spettatore, ogni singolo spettatore del film. Bisogna guardare il male in faccia, bisogna stringere tra le braccia la sofferenza, la visione del film è una forte prova per lo stomaco e la coscienza di tutti, però alla fine si può uscire vittoriosi dallo scontro col male, perché lo si è affrontato a mani nude. L’uomo e la donna pari sono nella colpa. L’uomo e la donna migliori sono nella grazia. Il genere umano possiede la specificità della scelta. Non bisogna delegare alla scienza o alla superstizione la scelta da compiere. La ferocia che consegna gli uomini allo stato bestiale è dentro ciascuno e il dolore per qualcosa è sempre prossimo a liberare questa specificità, la violenza è sempre a un secondo dall’esplodere in tutta la sua potenza e tragicità. A noi la scelta di essere uomini. A noi la scelta di non essere ciò che Nietzsche profetizzava nel libello dal titolo omonimo a quello di questo film.

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