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Doveri effettivi e doveri morali

9 Maggio 2009 alle 10:30

Una lettera di Elena Marcolini “medico di continuità assistenziale” (medico di pronto soccorso, tradotto dalla stupida lingua burocratica), pubblicata il 7 maggio nell'inserto “E' Vita” di “Avvenire” sotto il titolo “Ma dobbiamo fare come Ponzio Pilato?”, ha dato occasione al dottor Paolo Marchionni (dirigente medico-legale Asur Marche) di stendere a lato un chiaro discorso (anche per i non addetti ai lavori come me) sotto il titolo: “L'obiezione? Difende la professione medica”. Oltre la Legge 194, richiama anche l'art. 22 del Codice deontologico, affermando che: “Il medico obiettore di coscienza non può rifiutarsi di informare la donna su quali siano le norme e su come ella possa accedere a un servizio”. Rappresenta il dovere per il medico di “fornire al cittadino ogni utile informazione e chiarimento” ex art. 22 u.c.. Sorvolo disattento, ma nel successivo paragrafo il dottore afferma: “Al medico obiettore spetta dunque il dovere morale di prendersi carico della difficoltà della donna (che non è una paziente, in quanto non ha alcuna malattia!)... Spetta però anche il dovere effettivo di informare la donna sulla disponibilità di un servizio...”. E qui la mia attenzione si allerta, perché tale dovere effettivo, a mio avviso, farebbe capo ad un assistente sociale, ma non ad un medico fuori dall'esercizio della sua professione: allo stesso si potrebbe concedere solo un dovere morale generale, che fa capo ad ogni persona di buona volontà. Tento di spiegarmi: quando non vi sia un malato da curare (come evidenziato), il medico, in quanto tale, non ha dovere deontologico (effettivo e, meno ancora, morale) di aiutare qualcuno che voglia raggiungere un obiettivo diverso dalla cura di una malattia e, per giunta, non ritenuto moralmente accettabile. E qui mi fermo, per non addentrarsi in un campo da tempo troppo battuto da sordi.

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