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Tertium non datur

27 Aprile 2009 alle 17:04

Se è vero che “La denuncia dell’ingovernabilità tende a suggerire soluzioni autoritarie” ("Corriere"), è anche vero che le cose del nostro vivere sociale non è che siano rimaste ferme al 1948. Così ricordo gli anni dell’adolescenza, fra il buio delle notti oscure per mancanza di corrente e le giornate assolate dove l’approvvigionamento d’acqua si ridistribuiva fra le fatiche di tanti coetanei disposti a servire la collettività. C’era un altro spirito di solidarietà, i diritti venivano conclamati per quello che la realtà era in grado di offrire; l’assistenza sanitaria per esempio era sostenuta dall’altruismo dei figli, dei nipoti. Poi le cose sono “evolute”, e una certa indifferenza ha reso difficile il rapporto sociale; il denaro è subentrato nel rapporto affettuoso e lo Stato si è fatto carico di certi doveri che primieramente appartenevano al familiare cui l’infermo, apparteneva. Si è fatto della malattia un’attività lucrativa e tutto il comparto ha cominciato ad ingurgitare denaro e finanche le ricchezze sono fiorite all’ombra della sofferenza. Anche i reati hanno peggiorato la loro mutazione. Il delitto, maligna esplosione di uno scatto d’ira, è diventato più efferato. Appare ovvio che alla luce di questa realtà, la citazione di Norberto Bobbio non è più attuale, c’è un anacronismo reale fra l’ideale nobile sostenuto dai nostri padri fondatori della Repubblica e la macabra realtà che quotidianamente perseguita la nostra vita societaria. Non troveremo l'insolito Cincinnato, qualcuno potrà, forse, farsi ubriacare dal potere, ma a mali estremi, estremi rimedi. E' come se, per sfuggire l'influenza suinica che imperversa in Messico, cincischiassimo sul diritto di ciascuno di andare o non andare in Messico. O no? C'è un'altra soluzione? Il destino dell’uomo è nel grembo dell’uomo.

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