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A. Sofri

23 Aprile 2009 alle 19:15

La morte e la sofferenza ci accomunano tutti. Difficile smentire questa affermazione, anzi la condivido in pieno. Non ho capito bene una cosa: Sofri accomuna fine vita al suicidio di una persona apparentemente “normale”? Sono due aspetti distinti. Il suicidio è un evento non comprensibile, visto l’attaccamento alla vita facilmente osservabile come dato empirico. Il fine vita è un'altra cosa. Cristiano sono possibilista a determinate condizioni. Nel primo caso la libertà esprime pulsione di morte e questo è contrario al profondo umano. Lo si può ammantare di ragionamenti sofisticati, dotti e quant’altro, ma è e resta contro ogni logica vitale. Nel secondo caso si può discutere a patto che non si apra all’eutanasia. Non è “civile” accontentare una persona stanca della vita che chiede l’assistenza dello stato (vedi Olanda) per porre fine ai propri giorni. Aiutiamolo, per quel che è possibile, a superare quel momento di smarrimento totale. Che ci piaccia o meno non siamo monadi indipendenti da tutto. Dipendiamo anche dagl’altri e ogni persona è un unicum irripetibile. La fase terminale della vita mi vede vicino alla posizione di Pisanu, e se non ho interpretato male anche a quella di Sofri. Lo stato non deve imporre leggi sul fine vita. Deve solo normare e definire l’accanimento terapeutico, che nessuno sano di mente, può desiderare. La sofferenza SENZA SPERANZA di molti e forse anche nostra, quando sarà il tempo, è un evento personale condivisibile solo con chi ci è caro. Stato, medici e magistrati restino fuori. La loro funzione si è esaurita nell’arco della vita “con speranza”. Nudi di fronte al mistero conosceremo la nostra capacità di “dialogo” con Dio se credenti, o con le forze della natura per chi non crede.

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